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19 luglio 2018

RIFLESSIONE QARANTENNALE


Se voglio trasformare il mio carattere in meglio durante questa passeggiata corporale, devo prima di tutto apprendere a conoscere gli scopi  più elevati dell'esistenza, tendendo ad un ideale più sublime, da realizzarsi entro il mio stesso Io. O i miei stessi Me. Dopo di ciò non dovrò fare altro che allontanare qualsiasi cosa sia d'ostacolo alla realizzazione di tale ideale. Se lo proteggo solamente nella sua opera, esso realizzerà unicamente tale opera e senza la mia attiva cooperazione. Non devo perseguire, desiderare, creare, inventare o costruire il mio ideale, ho solo bisogno di permettere a ciò che già esiste di divenire una  realtà in me. Ma prima di allora, mi voglio divertire ancora un po'. Perché, l'ho già detto, essermi è una delle cose più divertenti che ci sia.

2 luglio 2018

አዋኪ


All'inizio di questa storia piove, perché ogni storia, per iniziare, ha bisogno di eventi che ne introducano il tono e non impediscano lo svolgimento. In questa storia, ci sono delle cose che non mi piacciono. Alcune mi infastidiscono, altre mi annoiano, altre mi innervosiscono, altre ancora mi fanno proprio incazzare. Ma piuttosto che far vedere che mi lamento, non mi faccio vedere più.

24 giugno 2018

DINAMISMO ATASSICO


Noi e disinvoltura, postulando sia dominabile, che ad un'altra età, durante un'altra mattinata, non me ne sarei accorto, dovremmo tutti essere un po' quadrifoglio, anomalia curiosa divenuta simbolo dell'ingannevole fortuna, che non andrebbe colto, ma cercato e desiderato.

7 giugno 2018

DISSONANZA COGNITIVA



Quando si cerca di entrare in un gruppo, più le barriere sembrano insormontabili per entrare a farne parte, più la riuscita nell’inserimento sarà apprezzata. Per risolvere la dissonanza cognitiva dei paletti che si sono dovuti superare, e la realtà che poi quel club o gruppo si rivela mediocre, ci convinciamo che il gruppo di cui facciamo parte, sia infatti, fantastico.
La gente sa interpretare le stesse informazioni in modi radicalmente diversi per sostenere le proprie visioni del mondo. Quando dobbiamo decidere la nostra visione su di un punto controverso entra in gioco la dissonanza cognitiva, dimentichiamo come stanno le cose realmente e le sostituiamo con delle nostre teorie e i ricordi che più si adattano ad esse.

25 maggio 2018

TRABELENGUA



Uno dei discorsi che ho sempre ritenuto più interessanti del Vangelo, riguarda le cosiddette "perle ai porci": “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” 

Si tratta di un suggerimento che contiene un principio meno banale di quanto possa sembrare, soprattutto da quando è entrato nell'uso comune - impoverendosi.
L'Oracolo di Delfi suggeriva a ciascuno di conoscere il proprio limite, conoscendo se stesso. Spingersi oltre significa macchiarsi di tracotanza - Ubris. 
Il donare "perle ai porci" scatena la "vendetta degli Dei" e crea Ubris: si tratta di un atto insensato che non solo non migliora la vita del "porco" ma che ne provoca altresì la rivolta rabbiosa.
Il "porco" - per proseguire l'allegoria di Matteo - non ha alcuna colpa per ciò che è; il detentore delle "perle" tuttavia può scegliere responsabilmente se "dissacrare" o "conservare".
La "perla" infatti non muterà la natura del "porco", che la ingurgiterà e la calpesterà come fosse sterco. La colpa è di chi l'ha donata illudendosi che potesse provocare un mutamento.
Nel Liber Legis si legge che la compassione è il vizio dei Re: la capacità, cioè, di entrare in empatia con tutti (soprattutto con il "porco") è un segno di delicatezza d'animo propria di chi ha Perle in sé (il Re); tuttavia se mal esercitata questa capacità diviene un vizio che poggia sull'illusione - in fondo egoistica - di poter aiutare "il porco" dando una perla. 
Cosa fare, allora, quando si realizza di aver ceduto all'illusione di un mutamento strutturale? 
Di aver dato, insomma, "perle ai porci"?
Niente.
Certamente non lasciarsi prendere dallo sconforto: se il Re non si accorge di avere intorno "porci" la colpa è sua... mica dei "porci"!
Ritirarsi, in silenzio, dunque e osservare il mondo, sempre ben considerando che "chi ha più giudizio" incorre nel dovere etico di impiegarlo bene.

29 aprile 2018

RITRATTO GEODETICO


La banalità ci seduce con l'abitudine, ci conquista col conformismo e ci sfinisce con l'apatia. La Felicità non cade dal cielo; la Felicità è una scelta. Anche l'essere entusiasti è una scelta, non una cosa che capita. Bisogna combattere per rimanere degli entusiasti e dei sognatori; bisogna combattere con e contro se stessi per non cedere a quel pragmatismo, quella prudenza, quella praticità, quel "buon senso" che ci invecchiano dentro. C'è la vita con i suoi alti e bassi; ci sono i problemi di salute; c'è il lavoro. Però c'è anche la voglia di Vivere, quella vera, la sete di creare storie sempre nuove per se stessi, da raccontare e tramandare. Sono due forze contrapposte e vince quella che più viene nutrita, però la prima è più famelica poiché poggia sul mondo concreto, sulla stanchezza, sulla ragione, sulle preoccupazioni ingurgitanti; la seconda è più lieve, astratta e impalpabile. Basta smettere di considerarla per poco tempo e la sua fiamma si esaurisce, si spegne in un mare di giustificazioni, di pratiche considerazioni, di assennatezza.

19 aprile 2018

OTIUM


Credo che per essere all'occorrenza una buona guida (un buon docente, un buon genitore, un buon amico, un buon capo, un buon consigliere, un buon compagno di vita) sia essenzialmente necessario essere sereni, essere cioè portatori di gioia. Non di "contentezza", che è una emozione passeggera, molto gradevole ma poco significativa. La gioia è un sentimento molto raffinato e, per gran parte, inconsapevole. Sta in fondo al nostro essere. Ed è un prodotto culturale, si apprende per lo più dall'esempio. Avere genitori infelici, docenti infelici, amici infelici, compagni di vita infelici non aiuta a sviluppare la gioia. Però, come diceva Pasolini, davanti a un orrore, parte della colpa è del "padre" e parte è di chi non ha saputo essere migliore di suo padre. "Vissero infelici perché costava di meno" disse genialmente Bompiani. La gioia costa, infatti, tanto. Innanzitutto costa la fatica di accorgersi di non esserlo e non è una questione da poco, visto che in genere apre le porte di un Inferno che nessuno ha voglia di visitare. Poi costa tempo, perché non è che la gioia si capisca subito: bisogna infatti anche capire cos'è, la gioia e ci vuole anche una certa intelligenza. Poi costa tanta, tanta pazienza, richiede di mettere da parte la fregola della ricompensa, l'ansia del risultato, la brama egoica del feedback positivo adatto ad addestrare le bestie da soma.
Perciò, come può lamentarsi dell'infelicità chi non fa altro che costruirsela giorno dopo giorno? Per lo più, l'infelice è chi ha bisogno di non avere tempo libero: non sto dicendo che infelice è chi non ha bisogno di tempo libero, sto dicendo che infelice è chi ha bisogno di NON aver tempo libero, perché diversamente nell'otium gli si renderebbe chiaro il fatto che la sua esistenza non ha alcun significato. 
Serenità è formazione, continua. "Scuola" vorrebbe dire "tempo libero" e non è un paradosso ma la verità: l'otium è la capacità di dedicarsi a se stessi, non lo stravaccare sul divano dopo una settimana infernale che, in parte, siamo costretti a subire e in parte ci cerchiamo, per non stare con noi stessi, per non scoprire che stare con la nostra famiglia è insopportabile, per non realizzare che non siamo ciò che siamo ma ciò che facciamo. 
Ma dunque, chiunque si lamenti dell'infelicità, abbia il coraggio di chiedersi se un gran lungo periodo di "otium" sarebbe il Paradiso. O l'Inferno.